Federica, nata prematuramente a 29 settimane di gestazione presso il Policlinico Gemelli di Roma l’ 8 Marzo 2001, è una dei tanti bambini Genitin che lasciando la TIn dopo aver superato le sue battaglie, oggi vive la sua bellissima vita”.

Di seguito un estratto del testo originale da Federica:

Quella finestra aperta sulla primavera L’alba di una fredda mattinata di gennaio mi gela le mani, mentre, stretta nel mio cappotto leggero, cerco di riscaldarmi. È il primo che sono riuscita a prendere allungando la mano nel guardaroba, ieri sera, quando sono scappata da casa. I miei ricordi sono ancora annebbiati. Sento mio marito che urla ed inveisce contro di me, spalanca la porta e mi colpisce in pieno viso lasciandomi stesa sul pavimento della camera da letto, tramortita, ferita e sporca di sangue, che, penso non dovrebbe essere il mio. In quell’attimo una parola si imprime, come inchiostro indelebile, nella mia mente: UMILIAZIONE.

Riprometto, per l’ennesima volta, a me stessa di non voler mai più provare questo sentimento orribile e di non permettere mai più a nessuno di trattarmi in questo modo, come fossi un animale, di recludermi in casa e di decidere sulla mia vita e sulla mia morte. Mentre penso ciò, sento la porta sbattere, il rumore della chiave girare nella serratura e dei passi allontanarsi nel corridoio. Nella stanza è calato un silenzio irreale. Mi sollevo in piedi aiutandomi con la testata del letto che, ironia della sorte, ci fu regalato da mia madre per il nostro matrimonio. Ci metto un po’ a realizzare che il forte tremore che avverto non è legato alla forte botta che ho preso ma alla finestra aperta nella stanza. Cerco di mettere a fuoco l’immagine che mi si presenta davanti. Un lieve strato di neve ha coperto il prato del cortile ed il pavimento in marmo del patio. È la prima nevicata dell’anno.

Sento dei passi, i suoi passi, avvicinarsi alla stanza. Mi ricordo della promessa che mi sono fatta. Ritorno alla realtà, i miei occhi vagano, persi, nella camera in cerca di una via di uscita, poi mi accorgo dell’opportunità che mi offre quella finestra aperta che spalanca le porte all’ inverno, quell’inverno che potrebbe diventare la mia primavera. Non perdo un secondo e senza battere ciglio sto già correndo, o meglio, arrancando sotto una persistente e fitta nevicata. Sento le gambe cedermi ma continuo a correre, finché non mi rendo conto che nessuno mi sta più seguendo. Mi siedo su una panchina, quella dove sono seduta adesso, quella dove ho passato il resto della notte.

Finalmente sono lucida per pensare, il freddo di questa mattina ha congelato anche le mie emozioni, e forse è meglio così, è meglio lasciarle perdere per un po’, almeno finché non deciderò cosa fare. Rimango a fissare la strada davanti a me. Nonostante sia abbastanza presto le macchine sfrecciano veloci, lasciando le tracce dei loro cerchioni sulla strada appena imbiancata dalla neve. Nel mio paesino d’origine, Assago, che durante gli anni della mia infanzia contava la bellezza di 8.000 abitanti, le strade erano sempre deserte e tre quarti della popolazione superava i sessant’anni. Le vecchiette che abitavano i palazzi degli stretti vicoli del borgo avevano il tedioso vizio di osservare i passanti dalle finestre, o meglio di spiarli, come passatempo nelle giornate afose di Agosto.

Mia nonna era una di quelle, una donna saggia e generosa; è lei, che mi ha cresciuta, che si è presa cura di me, quando mia madre è caduta nel baratro di una profonda depressione. Depressione da cui oggi non è ancora uscita e che avvolge la sua realtà. La vado a visitare raramente, il mio rancore verso di lei non si è ancora spento del tutto. A volte mi chiedo, ancora, come mai non abbia avuto la forza di cacciare suo marito, nonché mio padre, quando la trattava come una sguattera, quando la picchiava, quando la lasciava sola a se stessa in una pozza di sangue. L’ho odiata per questo, l’ho odiata perché non ha avuto la forza di reagire, perché non ha avuto il coraggio di ribellarsi ad una schiavitù forzata.

L’ha fatto mia nonna al posto suo cacciandolo di casa quando io avevo dieci anni, dopo aver visto, per l’ennesima volta, mia madre con la faccia deturpata da enormi lividi violacei e con gli occhi gonfi per il pianto. Mio padre, quindi, uscì dalla nostra vita, definitivamente. Mia madre però non trovò, anzi non cercò, la forza per superare il trauma che aveva vissuto. Crebbi educata ed amata da mia nonna, mentre mia madre si lasciava andare all’alcol e all’età di soli 20 anni mi trasferii a Milano. Mi rifeci una vita, affittai un piccolo appartamento in città e conseguii i miei studi trovando lavoro nel campo dell’editoria. Ricordo la prima volta che incontrai colui che poi sarebbe diventato mio marito. Era una giornata di pioggia, mi stavo muovendo in auto per le strade della città, ancora a me sconosciute, per un’intervista affidatami dal giornale con cui collaboravo.

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